Potrebbe sembrare che un adolescente in pieno sviluppo ormonale abbia sfregato la sua testa forforosa sui miei vestiti. Invece no: è solo l’ennesimo fazzoletto di carta nella lavatrice. I miei slip neri sono stramaledettamente meno neri e le mie calze meno nere sono schifosamente meno nere di prima. Un meno meno nero slavato con scaglie di kleenex. Porco kleenex!
Uno sbaglio irrecuperabile, quantomeno nel breve periodo. E’ meglio rassegnarsi perciò, perché non esiste nessun metodo per annullare quell’effetto leopardato. Potrei togliere i pezzi più grossi, è vero, ma niente può sconfiggere la miriade di micropelucchi spappolati. Entrano a far parte delle fibre del tessuto, quindi neanche Avacomelava può. Niente può. Quindi, rassegnamoci, perchè sono un disastro con questo tipo di cose.
Per esempio non riesco mai a capire il perché di quella puzza che chiamano “di umido”. Insomma sì, quella puzzetta imbarazzante di pulito inumidito che scopri quando sei già sull’autobus che ti porta a scuola o al lavoro o al primo appuntamento. Almeno io me ne accorgo sempre troppo tardi. Comunque non ne ho mai capito la vera causa. Dicono che è colpa mia che non lascio asciugar bene. Impossibile, dico io. Dimentico sempre i vestiti sullo stendino per settimane, quindi no; asciugare, asciugano bene. Dipende più dal tempo forse. Tramontana, scirocco, ponente, libeccio. Ecco sì, forse è colpa del libeccio. Ma mi dicono di no.
C’è però chi è più rimbambito di me. Una volta questo qualcuno mise un casco in lavatrice con la centrifuga, riducendo il cestello a materia di studio per idraulici con la sindrome di Sherlock Holmes. Poi venne fuori quello che aveva fatto e quei poveri idraulici persero quell’unica ragione di vita.
Proprio un buco nell’acqua.
lunedì 6 aprile 2009
venerdì 27 marzo 2009
Young Folks
C’è qualcosa che non torna.
L’oggetto della questione è il concerto di Peter, Bjorn and John.
Direttamente dalle pop-pe della madre Svezia, arrivavano in Italia per questa data unica all’Estragon di Bologna. Un’unicità talmente unica che da mesi i giornali la sottolineavano a caratteri cubitali, incastonata nelle caselle di testo colorate, più grande del nome della stessa band. UNICA! UNICA! UNICA! UNICA!.
Consacrati e noti alle masse per un UNICO pezzo, “Young Folks”, sono atterrati in esclusiva in questa ridente città romagnola ché del nuovo disco del 2008 non gliene importava niente a nessuno. Ma si sa, tira più il fischio di un singolo, che un carro di dischi e quindi viva i tre allegri ragazzi svedesi, purchè nel live suonino quel motivetto appiccicoso.
Segue che io avevo due biglietti vinti in un concorso per decerebrati, dove premiavano il fan più accanito, il quale, dopo aver raccontato la sua storia personale con la band, doveva risultare talmente motivato che tò! eccoti due bigliettoni da 16 euro. Nonostante io non appartenessi a nessuna delle su citate categorie, probabilmente hanno deciso di devolvere il premio all’unico che avesse scritto tre righe normali, piuttosto che “è il mio compleanno!” o “arriva il mio ragazzo” o “mi piacciono perché sono UNICI!” (appunto). E siccome, non lo nascondo, quella melodia consacrante mi ha accompagnato durante un bel periodo, in ricordo di quella vita spensierata c’ho provato e c’ho riuscito. Avrei preferito andarci con una bella donzella, ma non ho avuto nemmeno il tempo di pensarci che Brasi aveva già rivendicato i suoi diritti di personal cuoco.
Perciò, “Brasi è ora!”.
Le 23 e ancora a casa. Ma così è Brasi: prendere o prendere, perché se no non si mangia.
L’Estragon è un capannone fuori città, mal collegato, senza l’ombra di un notturno e con un solo autobus che “chiude” alle 00.22 e lascia a circa 300 metri dall’entrata, su una tangenziale che definire desolante è dir poco. Entriamo che sono le 23 e 35. Il posto è enorme e ci sono al massimo 200 persone. Sembra una festa di compleanno con pretese di onnipotenza mal riuscita. Sentiamo subito un certo imbarazzo e percepiamo nella band un atteggiamento annoiato. L’acustica fa schifo e i suoni sono chiusi, quasi da concerto comunale due spaghi e ‘na sarsiccia.
Poi arriva il singolone e tutti improvvisamente si rianimano.
Poi di nuovo inerzia.
Poi fine.
Insomma, che senso ha organizzare un concerto di una band discretamente conosciuta, seppur in unica data, in un luogo così grande e fuori città? Nessuno. La band si rompe perché c’è poca gente, la gente si strarompe perché c’è poca gente e la band si rompe, e l'agente che ha organizzato l'evento viene licenziato perchè tutti si sono rotti.
Qualcosa non torna, dicevo, e questa volta sono proprio io.
Addio Estragon!
L’oggetto della questione è il concerto di Peter, Bjorn and John.
Direttamente dalle pop-pe della madre Svezia, arrivavano in Italia per questa data unica all’Estragon di Bologna. Un’unicità talmente unica che da mesi i giornali la sottolineavano a caratteri cubitali, incastonata nelle caselle di testo colorate, più grande del nome della stessa band. UNICA! UNICA! UNICA! UNICA!.
Consacrati e noti alle masse per un UNICO pezzo, “Young Folks”, sono atterrati in esclusiva in questa ridente città romagnola ché del nuovo disco del 2008 non gliene importava niente a nessuno. Ma si sa, tira più il fischio di un singolo, che un carro di dischi e quindi viva i tre allegri ragazzi svedesi, purchè nel live suonino quel motivetto appiccicoso.
Segue che io avevo due biglietti vinti in un concorso per decerebrati, dove premiavano il fan più accanito, il quale, dopo aver raccontato la sua storia personale con la band, doveva risultare talmente motivato che tò! eccoti due bigliettoni da 16 euro. Nonostante io non appartenessi a nessuna delle su citate categorie, probabilmente hanno deciso di devolvere il premio all’unico che avesse scritto tre righe normali, piuttosto che “è il mio compleanno!” o “arriva il mio ragazzo” o “mi piacciono perché sono UNICI!” (appunto). E siccome, non lo nascondo, quella melodia consacrante mi ha accompagnato durante un bel periodo, in ricordo di quella vita spensierata c’ho provato e c’ho riuscito. Avrei preferito andarci con una bella donzella, ma non ho avuto nemmeno il tempo di pensarci che Brasi aveva già rivendicato i suoi diritti di personal cuoco.
Perciò, “Brasi è ora!”.
Le 23 e ancora a casa. Ma così è Brasi: prendere o prendere, perché se no non si mangia.
L’Estragon è un capannone fuori città, mal collegato, senza l’ombra di un notturno e con un solo autobus che “chiude” alle 00.22 e lascia a circa 300 metri dall’entrata, su una tangenziale che definire desolante è dir poco. Entriamo che sono le 23 e 35. Il posto è enorme e ci sono al massimo 200 persone. Sembra una festa di compleanno con pretese di onnipotenza mal riuscita. Sentiamo subito un certo imbarazzo e percepiamo nella band un atteggiamento annoiato. L’acustica fa schifo e i suoni sono chiusi, quasi da concerto comunale due spaghi e ‘na sarsiccia.
Poi arriva il singolone e tutti improvvisamente si rianimano.
Poi di nuovo inerzia.
Poi fine.
Insomma, che senso ha organizzare un concerto di una band discretamente conosciuta, seppur in unica data, in un luogo così grande e fuori città? Nessuno. La band si rompe perché c’è poca gente, la gente si strarompe perché c’è poca gente e la band si rompe, e l'agente che ha organizzato l'evento viene licenziato perchè tutti si sono rotti.
Qualcosa non torna, dicevo, e questa volta sono proprio io.
Addio Estragon!
domenica 15 marzo 2009
Our Nature
Il Colosseo, si dice, è il monumento più visitato del mondo.
Io al Colosseo ci ho vissuto per più di due anni e, anche se non conosco il restante 99% dei monumenti del globo, posso dire che non ho mai visto posto così tanto incasinato.
Oggi leggo un bellissimo pezzo sul sito di Repubblica che denuncia le carenze strutturali di tale patrimonio. Mi consola sapere che ogni tanto qualcuno sputa merda su queste assurdità, che purtroppo dimostrano quanto gli stereotipi dell'Italia all'estero abbiano un serio fondamento. Per anni ho provato una rabbia sconsiderata verso quel caos balordo e cafone a cui assistevo ogni giorno. Impotente risalivo via dei Fori Imperiali con un “vaffanculo” stretto fra i denti.
Manca tuttavia un paricolare nell'articolo suddetto, una questione che non viene mai presa in considerazione. Oltre alle file alla cassa e ai percorsi tortuosi e a rischio di morte, infatti, il simbolo dell'Italia è praticamente chiuso a disabili e anziani o a chiunque abbia problemi cardiaci particolari. Nessuno dice mai che, nonostante a Roma stiano costruendo due nuove linee di metropolitana, nonostante la fermata al Colosseo sia un covo di tutti i tipi di ristoratori e negozianti strozzini, nonostante tutto, mancano clamorosamente sia una cazzo di scala mobile che un minchia di ascensore. Se qualcuno sa di cosa parlo, allora saprà pure che almeno 50 scalini separano quel tugurio dall'aria aperta. Avrò risalito quelle scale migliaia di volte e posso assicurare che spesso anche un non fumatore come me arriva alla meta con serie difficoltà respiratorie. E anche se non conosco il restante 99% delle fermate di metropolitana del globo, posso dire di non aver mai visto una simile barriera architettonica. E tutto questo nel luogo più remunerativo del turismo con marchio Italia.
Allora arrivo a chiedermi se è del tutto pazza l'idea di vendere parti del patrimonio artistico italiano a privati. Ok, è pazza, senza dubbio, ma un popolo che limita l'accesso alle proprie bellezze forse non è nemmeno degno di custodirle.
Io al Colosseo ci ho vissuto per più di due anni e, anche se non conosco il restante 99% dei monumenti del globo, posso dire che non ho mai visto posto così tanto incasinato.
Oggi leggo un bellissimo pezzo sul sito di Repubblica che denuncia le carenze strutturali di tale patrimonio. Mi consola sapere che ogni tanto qualcuno sputa merda su queste assurdità, che purtroppo dimostrano quanto gli stereotipi dell'Italia all'estero abbiano un serio fondamento. Per anni ho provato una rabbia sconsiderata verso quel caos balordo e cafone a cui assistevo ogni giorno. Impotente risalivo via dei Fori Imperiali con un “vaffanculo” stretto fra i denti.
Manca tuttavia un paricolare nell'articolo suddetto, una questione che non viene mai presa in considerazione. Oltre alle file alla cassa e ai percorsi tortuosi e a rischio di morte, infatti, il simbolo dell'Italia è praticamente chiuso a disabili e anziani o a chiunque abbia problemi cardiaci particolari. Nessuno dice mai che, nonostante a Roma stiano costruendo due nuove linee di metropolitana, nonostante la fermata al Colosseo sia un covo di tutti i tipi di ristoratori e negozianti strozzini, nonostante tutto, mancano clamorosamente sia una cazzo di scala mobile che un minchia di ascensore. Se qualcuno sa di cosa parlo, allora saprà pure che almeno 50 scalini separano quel tugurio dall'aria aperta. Avrò risalito quelle scale migliaia di volte e posso assicurare che spesso anche un non fumatore come me arriva alla meta con serie difficoltà respiratorie. E anche se non conosco il restante 99% delle fermate di metropolitana del globo, posso dire di non aver mai visto una simile barriera architettonica. E tutto questo nel luogo più remunerativo del turismo con marchio Italia.
Allora arrivo a chiedermi se è del tutto pazza l'idea di vendere parti del patrimonio artistico italiano a privati. Ok, è pazza, senza dubbio, ma un popolo che limita l'accesso alle proprie bellezze forse non è nemmeno degno di custodirle.
domenica 8 marzo 2009
A-Punk
Pensa cosa significa iniziare a lavorare per uno che per più di un mese non ha mai guardato l'orologio.
Significa il panico.
Significa costruire un piano d'azione dettagliato, con la mappa degli spostamenti fin da quando tiri i piedi fuori dal letto. Significa che siccome è il primo giorno devi fingere di essere un tipo serio. Significa che ti fai prestare un lato femminile dalla tua coinquilina e svuoti l'armadio in cerca di qualcosa che non sia sgualcita e abbia un aspetto meno cazzone del solito. Significa che hai solo una polo sbiadita e un maglioncino accartocciato dai tempi della cresima. Quindi significa che non ti rimane che spacciare quel colore sciacquato come alla moda e originale e torturare quel pezzo di lana grigio sotto il peso dei tuoi dizionari sperando acquisti un effetto-stirato.
Tra l'altro lo sai che sei un ritardatario cronico e ti sei ripetuto mille volte che è meglio arrivare in anticipo piuttosto che entrare in punta di piedi in ufficio per non farsi sgamare e poi farsi sgamare regolarmente e abbassare lo sguardo mortificato. Perciò significa che ti sei convinto che la scena del ritardo l'hai vista troppe volte e troppe volte i tuoi timpani si sono contratti a ritmo di cazziatone.
Allora significa che questa volta fai sul serio perché hai deciso di scaricare gli orari del bus, cerchiando in rosso quelli più sicuri e in blu quelli rischiosi. Tuttavia significa anche che grazie alla tua esperienza da primo giorno hai acquisito una tempistica perfetta e sai che impiegherai:
Questo significa che imposti la sveglia proprio 2 ore, 1 minuto e 25 secondi prima dell'orario d'entrata e spegni la luce ancora agitato, ma rassicurato dalla tua strategia perfetta. Nonostante tutto però significa che dormi abbastanza di merda, sebbene tu abbia quell’adrenalina necessaria per reagire agli acciacchi di una notte in bianco.
Significa che poi il giorno arriva e va tutto perfettamente come avevi previsto. E significa che quel giorno sei lì che sembri un figurino, con quel colletto sbiadito in bella mostra e con un basso rilievo del tuo maglioncino da scolaretto che riprende il titolo di quel dizionario salvifico.
Significa che va tutto alla grande perché arrivi in anticipo e suoni.
Suoni.
Suoni ancora e guardi l'orologio.
Potrebbe significare che sei troppo in anticipo.
E quindi significa che aspetti.
Aspetti.
E quando ti accorgi che è domenica significa che non sei fatto per lavorare.
Significa il panico.
Significa costruire un piano d'azione dettagliato, con la mappa degli spostamenti fin da quando tiri i piedi fuori dal letto. Significa che siccome è il primo giorno devi fingere di essere un tipo serio. Significa che ti fai prestare un lato femminile dalla tua coinquilina e svuoti l'armadio in cerca di qualcosa che non sia sgualcita e abbia un aspetto meno cazzone del solito. Significa che hai solo una polo sbiadita e un maglioncino accartocciato dai tempi della cresima. Quindi significa che non ti rimane che spacciare quel colore sciacquato come alla moda e originale e torturare quel pezzo di lana grigio sotto il peso dei tuoi dizionari sperando acquisti un effetto-stirato.
Tra l'altro lo sai che sei un ritardatario cronico e ti sei ripetuto mille volte che è meglio arrivare in anticipo piuttosto che entrare in punta di piedi in ufficio per non farsi sgamare e poi farsi sgamare regolarmente e abbassare lo sguardo mortificato. Perciò significa che ti sei convinto che la scena del ritardo l'hai vista troppe volte e troppe volte i tuoi timpani si sono contratti a ritmo di cazziatone.
Allora significa che questa volta fai sul serio perché hai deciso di scaricare gli orari del bus, cerchiando in rosso quelli più sicuri e in blu quelli rischiosi. Tuttavia significa anche che grazie alla tua esperienza da primo giorno hai acquisito una tempistica perfetta e sai che impiegherai:
- 15 minuti per aprire gli occhi
- 5 minuti per smettere di fissare gli angoli del soffitto
- 1 minuto per sbuffare
- 20 secondi per cercare le ciabatte
- 1 minuto per tirar fuori i piedi dalle coperte
- 2 minuti per alzarti dal letto
- 5 secondi per arrivare in cucina
- 30 minuti per fare colazione
- 10 minuti fischiettando in attesa di uno stimolo intestinale
- 15 minuti di seduta di riflessione
- 20 minuti fra bidè, denti, ascelle, faccia e, se proprio sei ispirato, piedi
- 2 minuti per dare una sistemata ai tuoi capelli ricci acconciati con una cresta alla Enrico Ruggeri anni d'oro
- 2 minuti per decidere se togliere i pantaloni del pigiama e perdere la sensibilità delle gambe causa freddo oppure indossare direttamente i jeans e godere di quella serra in pile
- 5 minuti per vestirsi
- 5 minuti per preparare il pranzo
- 1 minuto per riempire la bottiglietta d'acqua
- 7 minuti per arrivare alla fermata dell'autobus
Questo significa che imposti la sveglia proprio 2 ore, 1 minuto e 25 secondi prima dell'orario d'entrata e spegni la luce ancora agitato, ma rassicurato dalla tua strategia perfetta. Nonostante tutto però significa che dormi abbastanza di merda, sebbene tu abbia quell’adrenalina necessaria per reagire agli acciacchi di una notte in bianco.
Significa che poi il giorno arriva e va tutto perfettamente come avevi previsto. E significa che quel giorno sei lì che sembri un figurino, con quel colletto sbiadito in bella mostra e con un basso rilievo del tuo maglioncino da scolaretto che riprende il titolo di quel dizionario salvifico.
Significa che va tutto alla grande perché arrivi in anticipo e suoni.
Suoni.
Suoni ancora e guardi l'orologio.
Potrebbe significare che sei troppo in anticipo.
E quindi significa che aspetti.
Aspetti.
E quando ti accorgi che è domenica significa che non sei fatto per lavorare.
venerdì 27 febbraio 2009
Mad World
Sono in palla con Prison Break. Quei due fratelli mi fanno venir voglia di farmi arrestare. Me li sogno addirittura la notte, mentre li aiuto a scappare per le strade del Sud Dakota.
Queste fisse però spesso mi provocano svalvolamenti cerebrali.
Sognare atti di fuga non aiuta certo la salute del mio sonno e più di una volta mi sono svegliato che ero una pezza. Quindi forse dovrei allentare la presa e dedicare quel tempo al training autogeno, anche se non ho mai capito cosa diavolo sia veramente. Dicono che rilassa e che va tanto di moda e che non c'è bisogno dello strizzacervelli se ne fai buon uso. Me ne parlava una mia amica che mi raccontava pure di quanto si stia appassionando alla prima serie di Lost. Non mi credeva quando le ho detto che tre puntate consecutive sono nocive. Forte del suo essere anche lei “autogena” si è fatta una bella risata. Poi ieri mi ha rivelato di aver sognato di essere stata sull'isola, anche se non ricordava con chi fra Jack e Sawyer. Dimostrazione che i serial tv, almeno loro, sono immuni al training.
Meno di un anno fa io non sapevo nemmeno cosa fosse una serie televisiva. Facevo lo snob e mi sembrava assurdo che ci fosse gente flippata che ne discuteva animatamente sbobinando a parole le puntate una dopo l'altra. Ora da fesso mi ritrovo a parlarne allo stesso modo ed il bello è che non me ne vergogno. Ma a dirla tutta non mi vergognavo neanche di essere fan di Cento Vetrine, anche se questa è un'altra storia.
L'abuso di telefilm provoca perciò alienazione e smarrimento onirico. E' come se nascosta sotto la trama visibile ci fosse qualche storia subliminale che unisce gli effetti speciali ad altri altamente stupefacenti.
Insomma sto scoprendo la potenza persuasiva dei media di cui per cinque anni ho sentito parlare a scienze della comunicazione. E allora mi sento pure soddisfatto, perchè dopo tanto tempo d'università qualcosa finalmente l'ho imparata con la pratica. 'Sta pratica che tutti si lamentano che non c'è e poi praticamente bastava che accendessi la televisione che mi sarei evitato tutte quelle lamentele.
Queste fisse però spesso mi provocano svalvolamenti cerebrali.
Sognare atti di fuga non aiuta certo la salute del mio sonno e più di una volta mi sono svegliato che ero una pezza. Quindi forse dovrei allentare la presa e dedicare quel tempo al training autogeno, anche se non ho mai capito cosa diavolo sia veramente. Dicono che rilassa e che va tanto di moda e che non c'è bisogno dello strizzacervelli se ne fai buon uso. Me ne parlava una mia amica che mi raccontava pure di quanto si stia appassionando alla prima serie di Lost. Non mi credeva quando le ho detto che tre puntate consecutive sono nocive. Forte del suo essere anche lei “autogena” si è fatta una bella risata. Poi ieri mi ha rivelato di aver sognato di essere stata sull'isola, anche se non ricordava con chi fra Jack e Sawyer. Dimostrazione che i serial tv, almeno loro, sono immuni al training.
Meno di un anno fa io non sapevo nemmeno cosa fosse una serie televisiva. Facevo lo snob e mi sembrava assurdo che ci fosse gente flippata che ne discuteva animatamente sbobinando a parole le puntate una dopo l'altra. Ora da fesso mi ritrovo a parlarne allo stesso modo ed il bello è che non me ne vergogno. Ma a dirla tutta non mi vergognavo neanche di essere fan di Cento Vetrine, anche se questa è un'altra storia.
L'abuso di telefilm provoca perciò alienazione e smarrimento onirico. E' come se nascosta sotto la trama visibile ci fosse qualche storia subliminale che unisce gli effetti speciali ad altri altamente stupefacenti.
Insomma sto scoprendo la potenza persuasiva dei media di cui per cinque anni ho sentito parlare a scienze della comunicazione. E allora mi sento pure soddisfatto, perchè dopo tanto tempo d'università qualcosa finalmente l'ho imparata con la pratica. 'Sta pratica che tutti si lamentano che non c'è e poi praticamente bastava che accendessi la televisione che mi sarei evitato tutte quelle lamentele.
domenica 22 febbraio 2009
Achtung!
Non esiste Parlamento europeo tanto telegenico quanto il nostro.Cicciolina, Veronica Pivetti, Vladimir Luxuria, Luca Barbareschi, Mara Carfagna sono solo alcuni dei personaggi che dallo spettacolo sono approdati nelle aule di Montecitorio. E non dopo il solito casting, ma semplicemente perchè noi li abbiamo eletti.
Gabriella Carlucci non fa eccezione. Dopo aver presentato il Festival Bar e Buona Domenica ha deciso di fare il salto atterrando nelle braccia generose di quel partito che si chiamava Forza Italia e ora è il PDL.
La Gabriellina nazionale è una che ha a cuore i diritti degli artisti e da tempo combatte contro lo scambio fraudolento di opere d'autore, comunemente conosciuto come peer-to-peer.
Già correlatrice della legge Urbani, che decreta sanzioni penali per chi scarica da internet roba protetta da copyright, Gabriella ora ha deciso che non è etico fare gli anonimi sul web (leggi).
Il progetto di legge che la bella bionda dalle labbra carnose sta preparando vorrebbe proibire di immettere nella rete contenuti senza una precisa indicazione di chi li sta diffondendo.
Per esempio se ora cominciassi a sparare insulti contro la nostra rappresentante parlamentare potrei teoricamente essere imputabile di reato. Ma siccome posto contenuti come Tone non sono direttamente colpevole, perchè chiunque potrebbe chiamarsi Tone e il gestore del servizio non può diffondere i miei dati, o almeno spero.
Perciò, cito punto informatico, “qualora si consideri l'anonimato una questione di generalità o di pseudonimi, ad essere coinvolti potrebbero essere i servizi che permettessero ai netizen di pubblicare contenuti senza richiedere alcun tipo di identificazione”.
Questo vale ovviamente anche per il peer to peer, già illegale, e per quei soggetti che come youtube consentono la diffusione di dati protetti dal diritto d'autore.
Tutto ciò ci tocca da vicino, in quanto blogger, in quanto scaricatori selvaggi e in quanto uomini minacciati da certe prospettive orwelliane.
Gabriella Carlucci non fa eccezione. Dopo aver presentato il Festival Bar e Buona Domenica ha deciso di fare il salto atterrando nelle braccia generose di quel partito che si chiamava Forza Italia e ora è il PDL.
La Gabriellina nazionale è una che ha a cuore i diritti degli artisti e da tempo combatte contro lo scambio fraudolento di opere d'autore, comunemente conosciuto come peer-to-peer.
Già correlatrice della legge Urbani, che decreta sanzioni penali per chi scarica da internet roba protetta da copyright, Gabriella ora ha deciso che non è etico fare gli anonimi sul web (leggi).
Il progetto di legge che la bella bionda dalle labbra carnose sta preparando vorrebbe proibire di immettere nella rete contenuti senza una precisa indicazione di chi li sta diffondendo.Per esempio se ora cominciassi a sparare insulti contro la nostra rappresentante parlamentare potrei teoricamente essere imputabile di reato. Ma siccome posto contenuti come Tone non sono direttamente colpevole, perchè chiunque potrebbe chiamarsi Tone e il gestore del servizio non può diffondere i miei dati, o almeno spero.
Perciò, cito punto informatico, “qualora si consideri l'anonimato una questione di generalità o di pseudonimi, ad essere coinvolti potrebbero essere i servizi che permettessero ai netizen di pubblicare contenuti senza richiedere alcun tipo di identificazione”.
Questo vale ovviamente anche per il peer to peer, già illegale, e per quei soggetti che come youtube consentono la diffusione di dati protetti dal diritto d'autore.
Tutto ciò ci tocca da vicino, in quanto blogger, in quanto scaricatori selvaggi e in quanto uomini minacciati da certe prospettive orwelliane.
Ed è bene che si sappia.
martedì 17 febbraio 2009
Runnin' Away
Mi capita spesso di sognare atti illegali.
Succede ad esempio che rubo qualcosa che nella vita reale nemmeno mi servirebbe e scappo come un cretino. Rubo di tutto, dai cioccolatini nel supermercato alle macchine lussuose. E me la do a gambe levate verso direzioni sconosciute. Poi vengo a sapere che mi cercano e all’improvviso cominciano i casini.
Entro in uno stato di panico da fuggitivo con la mia mente che crea immagini di me nascosto e spaventato a morte ché prima o poi mi troveranno. Sono ossessionato dalle tracce che potrei lasciare durante la fuga, preso da una mania di accerchiamento iper-paranoica.
Poi mi sveglio e, acciderboli!, non riesco mai a capire come andrà a finire.
Ho vagliato per questo una serie di motivi razionali atti a comprendere la causa di tutto ciò:
a) Da piccolo ero un ladro di talento. Il mio settore era quello della cancelleria, ma rubavo anche caramelle, frutta, uova, addirittura adesivi. Poi un giorno al supermercato mi accorsi che qualcuno mi seguiva sospettoso. Feci caso che davanti alle porte scorrevoli c’era un tipo della sicurezza e 1 più 1 faceva “beccato”. Smisi immediatamente di frequentare quel posto.
Succede ad esempio che rubo qualcosa che nella vita reale nemmeno mi servirebbe e scappo come un cretino. Rubo di tutto, dai cioccolatini nel supermercato alle macchine lussuose. E me la do a gambe levate verso direzioni sconosciute. Poi vengo a sapere che mi cercano e all’improvviso cominciano i casini.
Entro in uno stato di panico da fuggitivo con la mia mente che crea immagini di me nascosto e spaventato a morte ché prima o poi mi troveranno. Sono ossessionato dalle tracce che potrei lasciare durante la fuga, preso da una mania di accerchiamento iper-paranoica.
Poi mi sveglio e, acciderboli!, non riesco mai a capire come andrà a finire.
Ho vagliato per questo una serie di motivi razionali atti a comprendere la causa di tutto ciò:
a) Da piccolo ero un ladro di talento. Il mio settore era quello della cancelleria, ma rubavo anche caramelle, frutta, uova, addirittura adesivi. Poi un giorno al supermercato mi accorsi che qualcuno mi seguiva sospettoso. Feci caso che davanti alle porte scorrevoli c’era un tipo della sicurezza e 1 più 1 faceva “beccato”. Smisi immediatamente di frequentare quel posto.
b) Uno dei pettegolezzi preferiti da mia nonna riguardava quei conoscenti che erano stati beccati con le mani nel sacco. Li dipingeva come dei poveracci, gente senza pudore derisa dall’intera comunità.
c) Una volta durante uno dei tanti mercatini comunali, mio padre, che di mestiere fa il commerciante ambulante, riuscì ad accorgersi di una tipa che stava rubando dalla nostra bancarella. Lei cercò di scappare, ma sotto gli occhi di tutti papà la rincorse fino a prenderla. La sbatté per terra e con gli occhi infuocati di rabbia le gridò contro anni di frustrazione da derubato. Poi riprendendosi ciò che era suo la lasciò andare.
d) Potrebbe essere colpa delle due puntate consecutive di Prison Break che ogni sera mi sparo prima di dormire.
Queste sono solo alcune ipotesi. Stratificate nel mio ipotalamo probabilmente contribuiscono ognuna a fare della mia attività onirica un thriller senza fine. A volte, ahimè, più interessante della stessa realtà.
Ora però sono curioso di sapere cosa ruberò stanotte.
Quindi metto Runnin’ Away di Sly and The Family Stone e sogni d’oro.
Queste sono solo alcune ipotesi. Stratificate nel mio ipotalamo probabilmente contribuiscono ognuna a fare della mia attività onirica un thriller senza fine. A volte, ahimè, più interessante della stessa realtà.
Ora però sono curioso di sapere cosa ruberò stanotte.
Quindi metto Runnin’ Away di Sly and The Family Stone e sogni d’oro.
sabato 14 febbraio 2009
Kill The Director
Una palla a moduli intercambiabili con un perno al vertice che tiene unito il tutto. Lui dice che ci credono, pensa che funzionerà. Basta capire dove potrebbe essere venduta. Abbassiamo il prezzo di quello, riduciamo i costi di quell'altro, mandiamo in Cina e il gioco è fatto, dice.
Lanciamo la palla, dice.
Poi comincia a parlare di Halloween, di San Valentino e di squadre di calcio. Ad ogni occasione c'è la palla giusta. La palla modulare e personalizzabile.
Solo che si parla di una palla che termina proprio come una palla di Natale e ha la forma di una palla di Natale, penso io. Come la vuoi vendere a febbraio una cosa così, che sembra e alla fine è una palla di Natale?
Ma il tipo è veramente convinto e gesticola, sfoglia la sua presentazione e fa strani rumori con il naso. Ho paura che dalle sue narici uscirà qualcosa tipo caccola, ma per fortuna non succede.
La mettiamo in una confezione tipo quella dei dvd, smontata e vedrai che alla gente piacerà rimontarla come un ovetto.
E' talmente convinto che mentre me ne parla gli vengono le idee.
Riempiamo la palla con qualcosa, la facciamo suonare tipo scatoletta di carne simmental che fa la mucca, la facciamo sorridere di gusto, piangere, fare gli auguri, cantare, bla bla bla bla.
Poi il vuoto.
Ricordo solo i movimenti autistici della mia testa e parole, tante parole.
Fino a quando la mia attenzione si ferma su un “NON RETRIBUIAMO”.
Come da catalogo, la palla era tutta per me. Una palla costruita a misura, coi capelli ricci e povera. Una palla per farmi lavorare aggratis e poi sbattermi a vendere le loro palle a qualcun altro.
Ho detto no, è ovvio, ma che palle!
Lanciamo la palla, dice.
Poi comincia a parlare di Halloween, di San Valentino e di squadre di calcio. Ad ogni occasione c'è la palla giusta. La palla modulare e personalizzabile.
Solo che si parla di una palla che termina proprio come una palla di Natale e ha la forma di una palla di Natale, penso io. Come la vuoi vendere a febbraio una cosa così, che sembra e alla fine è una palla di Natale?
Ma il tipo è veramente convinto e gesticola, sfoglia la sua presentazione e fa strani rumori con il naso. Ho paura che dalle sue narici uscirà qualcosa tipo caccola, ma per fortuna non succede.
La mettiamo in una confezione tipo quella dei dvd, smontata e vedrai che alla gente piacerà rimontarla come un ovetto.
E' talmente convinto che mentre me ne parla gli vengono le idee.
Riempiamo la palla con qualcosa, la facciamo suonare tipo scatoletta di carne simmental che fa la mucca, la facciamo sorridere di gusto, piangere, fare gli auguri, cantare, bla bla bla bla.
Poi il vuoto.
Ricordo solo i movimenti autistici della mia testa e parole, tante parole.
Fino a quando la mia attenzione si ferma su un “NON RETRIBUIAMO”.
Come da catalogo, la palla era tutta per me. Una palla costruita a misura, coi capelli ricci e povera. Una palla per farmi lavorare aggratis e poi sbattermi a vendere le loro palle a qualcun altro.
Ho detto no, è ovvio, ma che palle!
mercoledì 11 febbraio 2009
Pumping On Your Stereo
Come diceva un politicante del mio angusto paese, "mi allego a quanto precedentemente detto", segnalando un post che parla di Radio Flo, pubblicato oggi sul blog aziendale di Queimada, importante agenzia di comunicazione con sede a Roma (http://www.queimada-agency.com/brand_care_blog/2009/02/11/radio-flo-come-mettere-su-una-web-radio-e-vivere-piu-o-meno-in-armonia-con-il-cosmo/).
Radio Flo sta diventando un piccolo caso e giorno dopo giorno stiamo toccando con mano i segni evidenti della sua evoluzione.
Noi siamo quasi commossi da questo sostegno e perciò non finiremo mai di ringraziare tutti quelli che ci seguono.
Continuate così ragazzi, la nostra forza siete voi!
Radio Flo sta diventando un piccolo caso e giorno dopo giorno stiamo toccando con mano i segni evidenti della sua evoluzione.
Noi siamo quasi commossi da questo sostegno e perciò non finiremo mai di ringraziare tutti quelli che ci seguono.
Continuate così ragazzi, la nostra forza siete voi!
domenica 8 febbraio 2009
Radio Flo ---> www.radioflo.tk
Aristotele diceva che non è possibile non comunicare. Ogni gesto, ogni mossa, ogni atteggiamento, trasmettono a volte più di qualsiasi parola che potrebbe uscire dalla nostra bocca o dalle nostre penne. Non posso certo dargli torto, sarebbe da matti mettersi contro Ari. Ma quel buontempone non poteva certo immaginare internet. O magari gli sarà passato per la mente come un flash dopo una bella bevuta di siero d'uva, durante un convivio con i suoi amici mattacchioni dalla barba lunga. Ma l'avrebbero preso per pazzo, e siccome aveva la sua immagine aristotelica da tutelare avrà lasciato perdere l'idea.
Quindi oggi la questione è più complessa. Di modi per comunicare ce ne sono addirittura troppi e siccome troppi sono anche quelli che li usano, allora diventa tutto più difficile.
Noi di Odelay (www.odelays.blogspot.com) da tempo ci sforziamo di venir fuori e dire o, meglio, comunicare la nostra opinione, intelligente, ignorante, appariscente, timida, scandalosa o banale che sia. Da tempo ci sforziamo di esserci.
Tutta questa premessa per dire che i miei compagni di vita e io da circa due settimane ci siamo un po' di più. Per dire che i nostri sforzi si sono trasformati in una radio tutta nostra, Radio Flo.
Cosa vogliamo comunicare? Noi stessi, è ovvio. Ma anche un sacco di musica di qualità, attualità, divertimento e, proprio come nei migliori slogan, tanto altro ancora!
Da amanti della cultura libera e della comunicazione via etere, per anni ci siamo battuti con lo scopo di avere voce, una porzione di spazio nella calca delle frequenze. Internet ci ha dato finalmente quest'opportunità e noi ripagheremo il favore con tanta passione e impegno.
Radio Flo è basata sull'interattività con gli ascoltatori, che grazie agli strumenti di messaggistica istantanea possono diventare parte integrante dei programmi in palinsesto.
Il mio spazio si chiama “Abbassa Voce”e va in onda dalla domenica al giovedì, dalle 22 alle 23 e 30. Compagno di microfono è il mio amico Brasi. Trasmettiamo dalla mia stanza e quindi siete tutti invitati a farci un salto.
Stay tune!
Quindi oggi la questione è più complessa. Di modi per comunicare ce ne sono addirittura troppi e siccome troppi sono anche quelli che li usano, allora diventa tutto più difficile.
Noi di Odelay (www.odelays.blogspot.com) da tempo ci sforziamo di venir fuori e dire o, meglio, comunicare la nostra opinione, intelligente, ignorante, appariscente, timida, scandalosa o banale che sia. Da tempo ci sforziamo di esserci.
Tutta questa premessa per dire che i miei compagni di vita e io da circa due settimane ci siamo un po' di più. Per dire che i nostri sforzi si sono trasformati in una radio tutta nostra, Radio Flo.
Cosa vogliamo comunicare? Noi stessi, è ovvio. Ma anche un sacco di musica di qualità, attualità, divertimento e, proprio come nei migliori slogan, tanto altro ancora!
Da amanti della cultura libera e della comunicazione via etere, per anni ci siamo battuti con lo scopo di avere voce, una porzione di spazio nella calca delle frequenze. Internet ci ha dato finalmente quest'opportunità e noi ripagheremo il favore con tanta passione e impegno.
Radio Flo è basata sull'interattività con gli ascoltatori, che grazie agli strumenti di messaggistica istantanea possono diventare parte integrante dei programmi in palinsesto.
Il mio spazio si chiama “Abbassa Voce”e va in onda dalla domenica al giovedì, dalle 22 alle 23 e 30. Compagno di microfono è il mio amico Brasi. Trasmettiamo dalla mia stanza e quindi siete tutti invitati a farci un salto.
Stay tune!
martedì 3 febbraio 2009
Blindsided
A non far nulla, finisce che non voglio più far nulla.
Pochi giorni senza far niente e tutta la mia voglia di conquistare il mondo, tutte le mie ambizioni eroiche, tutto il mio spirito combattivo sono stati coperti da una coltre opaca di pigrizia.
Pochi giorni senza far niente e tutta la mia voglia di conquistare il mondo, tutte le mie ambizioni eroiche, tutto il mio spirito combattivo sono stati coperti da una coltre opaca di pigrizia.
Pochi giorni e l'ozio si è steso tacito nelle mie giornate, crescendo rigoglioso nelle ore che scorrono lente. Inesorabile mi ha conquistato e io mi ci sono accomodato senza far storie. Peggio di un lavoro che assorbe il tempo libero, peggio di una routine da paese di provincia. La pigrizia logora le mie sinapsi, rallenta i miei riflessi.
Lei risiede nelle mie ciabatte, rinvigorisce il mio pigiama in pile. Serrata in camera consuma la mia aria, mi inebria coi suoi odori. E io la respiro senza oppormi.
Provo a respingerla, ma lei mi stordisce. E l'ozio è suo figlio, simile nell'aspetto, ma differente nel carattere.
E leggo e penso. E penso e leggo. E leggo e ascolto. E ascolto e penso.
Provo a vestirmi, ma mai per intero. E aspetto che qualcosa arrivi a salvarmi da questa prigionia casalinga. Ma sarà troppo tardi per non provare il dolore dell'addio.
domenica 1 febbraio 2009
Play With Fire
Negli ultimi giorni facendo zapping ho spesso incrociato la faccia di Carla Bruni. Madame Sarkozy è una che non ha problemi a sputare il suo catarro profumato contro l’Italia, e più volte ha dichiarato il suo orgoglio di vivere in Francia proprio per sottolineare quanto a parer suo siamo messi male. Non le do certo torto, essendo io stesso un esterofilo convinto. Quello che non capisco però è perché lei continui ad apparire nelle nostre trasmissioni e ancor peggio perché noi continuiamo ad imbottirla di denaro leccandole i piedi, pur essi profumati. Premettendo che è una bonazza da paura e che se potessi passerei la vita a leccarle le estremità, qui mi riferisco più che altro all’abitudine tutta nostra di adorare tutto quello che richiama al Made in Italy, persone o fatti o cose o pasta-e-mandolino che siano. Basta che il termine Italia esca dalla bocca, curriculum o addirittura certificato di nascita di uno straniero “che conta” e noi lì a stendere tappeti e redigere rassegne per ogni cazzata che ci riguarda. E’ ovvio che soffriamo di un complesso di inferiorità intellettuale e siamo alla continua ricerca di conferme.
La mia esperienza mi insegna che fuori dai confini l’italiano rappresenta il buffone della situazione, quello capace di far ridere, ma incapace di tener testa a qualsiasi tipo di situazione che richiede un minimo di serietà. O quello generoso e gentile, che ti serve da mangiare e ti porta a passeggiare in piazza. Insomma un trastullo per il tempo libero, da utilizzare a proprio piacere o convenienza. Carla Bruni è l’esempio perfetto di questo immaginario diffuso.
E sarò monotono, ma mi saltano i nervi se penso a Fazio che le fa da tappetino su quello che è anche il mio servizio pubblico. So bene anche che tutti adorano Madame catarro-e-piedi-profumati e una così vuol dire share e ritorni pubblicitari. E so anche che se fosse un cesso tutti la odierebbero.
Ma nel frattempo tutti ci ridono in faccia e noi da ebeti pensiamo di essere simpatici.
Simpatici e basta però.
La mia esperienza mi insegna che fuori dai confini l’italiano rappresenta il buffone della situazione, quello capace di far ridere, ma incapace di tener testa a qualsiasi tipo di situazione che richiede un minimo di serietà. O quello generoso e gentile, che ti serve da mangiare e ti porta a passeggiare in piazza. Insomma un trastullo per il tempo libero, da utilizzare a proprio piacere o convenienza. Carla Bruni è l’esempio perfetto di questo immaginario diffuso.
E sarò monotono, ma mi saltano i nervi se penso a Fazio che le fa da tappetino su quello che è anche il mio servizio pubblico. So bene anche che tutti adorano Madame catarro-e-piedi-profumati e una così vuol dire share e ritorni pubblicitari. E so anche che se fosse un cesso tutti la odierebbero.
Ma nel frattempo tutti ci ridono in faccia e noi da ebeti pensiamo di essere simpatici.
Simpatici e basta però.
giovedì 29 gennaio 2009
Heaven Knows I'm Miserable Now
E' giunto l'ennesimo periodo da cerca-lavoro. Dopo tutti questi anni ho acquisito un'esperienza non indifferente in queste cose e se fosse richiesto sarei perfetto per un profilo del tipo “CERCASI MANDA CV SENIOR”. Così giovane, così senior, sarei perfetto. Ma probabilmente anche lì sarei fregato dall'inglese fluente che ormai tutti danno per scontato. Il bello è che poi chi lo richiede sa al massimo balbettarlo, quindi visto che la fluidità è un concetto relativo, bhè gentile azienda, io sono un senior di fluidità linguistica. Senti questo scioglilingua gallese, cara azienda: “diadainconsupertrafra”.
“Non lo conoscevo”, risponde il tipo delle risorse umane.
E io: “famossisimo in Galles!”
Oppure nella sezione “conoscenza linguistica” potrei metterci come nota un “ME LA CAVO A GESTI ----> OTTIMO”. Un senior gestuale.
A parte le divagazioni, oggi ho finalmente ricevuto una chiamata.
“Pronto!”, dico io con voce ancora addormentata.
“Papa?”, dice la voce.
“Sì!?”, dico.
“Lei ha mandato un curriculum, vero?”, chiede.
“Ehmm, sì!”, rispondo.
“Salve Papa, potrebbe richiamarmi perchè sto per terminare il credito?”, chiede.
“Si figuri!”. E riattacca.
Ne ho sentite davvero tante da manda cv senior quale sono, ma un datore di lavoro senza credito telefonico mai.
“Eccoci!”, dico.
“Bene, lei non è a Lecce, ma torna?”, chiede.
“Per ora no”, dico.
“E quando?”, chiede.
“Per ora no, non lo so quando”, rispondo.
“Bene, lei ha esperienze”, dice.
“Bhè sì, quale sarebbe il lav-”. E mi interrompe. Da lì una serie di parole disconnesse.
“Noi progetto sviluppo, di aiutare i giovani, anche con aziende di progetti editoriali e conosco anche, ma lei vorrebbe magari, le faccio che la richiamo, perchè puglianews è una rivista nelle edicole”, farfuglia.
“Può mandarmi una mail..”, dico.
“E' questa scritta in blu?”, chiede, riferendosi ignorantemente al link sul mio curriculum.
“Sì, mi scriva”, dico.
“Nooooo, non ci capisco di mail, poi la richiamo, buona giornata”, dice.
“Buona giornata”.
Il progetto sottosviluppo mi ha selezionato, quindi. E come mi sento dire da anni, è pur sempre un punto di partenza. Il settimo per la precisione.
Io rimango con i piedi nelle ciabatte e non mi faccio illusioni. E mentre aspetto che mi arrivi un colloquio con l'addebito di chiamata, ascolto Heaven Knows I'm Miserable Now degli Smiths. Un senior pezzo!
[...]
I was looking for a job, and then I found a job
And heaven knows I'm miserable now
[...]
“Non lo conoscevo”, risponde il tipo delle risorse umane.
E io: “famossisimo in Galles!”
Oppure nella sezione “conoscenza linguistica” potrei metterci come nota un “ME LA CAVO A GESTI ----> OTTIMO”. Un senior gestuale.
A parte le divagazioni, oggi ho finalmente ricevuto una chiamata.
“Pronto!”, dico io con voce ancora addormentata.
“Papa?”, dice la voce.
“Sì!?”, dico.
“Lei ha mandato un curriculum, vero?”, chiede.
“Ehmm, sì!”, rispondo.
“Salve Papa, potrebbe richiamarmi perchè sto per terminare il credito?”, chiede.
“Si figuri!”. E riattacca.
Ne ho sentite davvero tante da manda cv senior quale sono, ma un datore di lavoro senza credito telefonico mai.
“Eccoci!”, dico.
“Bene, lei non è a Lecce, ma torna?”, chiede.
“Per ora no”, dico.
“E quando?”, chiede.
“Per ora no, non lo so quando”, rispondo.
“Bene, lei ha esperienze”, dice.
“Bhè sì, quale sarebbe il lav-”. E mi interrompe. Da lì una serie di parole disconnesse.
“Noi progetto sviluppo, di aiutare i giovani, anche con aziende di progetti editoriali e conosco anche, ma lei vorrebbe magari, le faccio che la richiamo, perchè puglianews è una rivista nelle edicole”, farfuglia.
“Può mandarmi una mail..”, dico.
“E' questa scritta in blu?”, chiede, riferendosi ignorantemente al link sul mio curriculum.
“Sì, mi scriva”, dico.
“Nooooo, non ci capisco di mail, poi la richiamo, buona giornata”, dice.
“Buona giornata”.
Il progetto sottosviluppo mi ha selezionato, quindi. E come mi sento dire da anni, è pur sempre un punto di partenza. Il settimo per la precisione.
Io rimango con i piedi nelle ciabatte e non mi faccio illusioni. E mentre aspetto che mi arrivi un colloquio con l'addebito di chiamata, ascolto Heaven Knows I'm Miserable Now degli Smiths. Un senior pezzo!
[...]
I was looking for a job, and then I found a job
And heaven knows I'm miserable now
[...]
mercoledì 28 gennaio 2009
Heroes
A Bologna si è svolto il Netmage, una tre giorni di eventi dedicati all'avanguardia sonora e alle sperimentazioni elettroniche. Il tutto ha avuto luogo all'interno di Palazzo Re Enzo, costruzione medievale situata nella piazza principale della città. Una location meravigliosa che ha reso degne di nota anche quelle esibizioni che sulla carta al sottoscritto interessavano di meno.
Vagando per le stanze giganti decorate di affreschi, mi sono chiesto quali fossero i motivi per cui certe città riescono a fare della cultura “non convenzionale” un'opportunità di guadagno mentre altre, invece, rimangono ferme agli spettacoli per famiglie e alle serate per teenager attempati. E non si tratta certo di regalare niente a nessuno, dato che il corrispettivo in moneta andava dai 10 ai 15 euri del sabato sera. Ma nonostante il prezzo la corte brulicava di gente dalle facce soddisfatte e fuori c'erano altrettante persone che spingevano per entrare.
Quello che mi ha stupito è stata proprio la disponibilità della città a concedere uno dei suoi tesori a un'orda di gente impazzita, che però ha ricambiato il favore con civiltà e rispetto. E questo è forse il punto della questione. La maggior parte delle amministrazioni vedono noi povera plebaglia come elemento di disordine da tenere a bada e hanno instaurato un atteggiamento di distanza che ci ha portati, a seconda dei casi, ad avere poco riguardo della cosa pubblica. Detto così è troppo semplicistico, ma non è un caso che in certe realtà la cultura ha mantenuto sostanzialmente la funzione che aveva al tempo dei romani, quella di panem et circenses. Credo che una città come Lecce, la mia città, ad esempio, sia vicina a quel concetto arcaico di intrattenimento pubblico. Mi si dirà che è semplice sputare merda da lontano e che ha poco senso prendere come paragone Bologna o altre città del settentrione più ricche o che ne so. Va bene, voglio fare l'americano in vacanza, ma il confronto è proprio quello che servirebbe a noi tutti per portare aria nuova e svecchiare una situazione che se non fosse per quei pochi illuminati sarebbe devastante (vedi CoolClub). E poi i soldi non c'entrano niente, anzi sarebbe un modo per farne a palate.
Sarò ripetitivo e scontato, ma questo è un appello a chi ci tiene che il Salento non diventi solo pizzica e tradizioni, ma anche un luogo aperto ad altro. Ce lo meritiamo e il momento è propizio. E sarebbe ora che iniziassimo a guardare oltre il nostro naso per non cadere vittime di certe frasi stupide del tipo “io che ci posso fare?”. Puoi fare, puoi fare!
Vagando per le stanze giganti decorate di affreschi, mi sono chiesto quali fossero i motivi per cui certe città riescono a fare della cultura “non convenzionale” un'opportunità di guadagno mentre altre, invece, rimangono ferme agli spettacoli per famiglie e alle serate per teenager attempati. E non si tratta certo di regalare niente a nessuno, dato che il corrispettivo in moneta andava dai 10 ai 15 euri del sabato sera. Ma nonostante il prezzo la corte brulicava di gente dalle facce soddisfatte e fuori c'erano altrettante persone che spingevano per entrare.
Quello che mi ha stupito è stata proprio la disponibilità della città a concedere uno dei suoi tesori a un'orda di gente impazzita, che però ha ricambiato il favore con civiltà e rispetto. E questo è forse il punto della questione. La maggior parte delle amministrazioni vedono noi povera plebaglia come elemento di disordine da tenere a bada e hanno instaurato un atteggiamento di distanza che ci ha portati, a seconda dei casi, ad avere poco riguardo della cosa pubblica. Detto così è troppo semplicistico, ma non è un caso che in certe realtà la cultura ha mantenuto sostanzialmente la funzione che aveva al tempo dei romani, quella di panem et circenses. Credo che una città come Lecce, la mia città, ad esempio, sia vicina a quel concetto arcaico di intrattenimento pubblico. Mi si dirà che è semplice sputare merda da lontano e che ha poco senso prendere come paragone Bologna o altre città del settentrione più ricche o che ne so. Va bene, voglio fare l'americano in vacanza, ma il confronto è proprio quello che servirebbe a noi tutti per portare aria nuova e svecchiare una situazione che se non fosse per quei pochi illuminati sarebbe devastante (vedi CoolClub). E poi i soldi non c'entrano niente, anzi sarebbe un modo per farne a palate.
Sarò ripetitivo e scontato, ma questo è un appello a chi ci tiene che il Salento non diventi solo pizzica e tradizioni, ma anche un luogo aperto ad altro. Ce lo meritiamo e il momento è propizio. E sarebbe ora che iniziassimo a guardare oltre il nostro naso per non cadere vittime di certe frasi stupide del tipo “io che ci posso fare?”. Puoi fare, puoi fare!
domenica 25 gennaio 2009
Move On Up
Brasi ed io ultimamente ci stiamo fissando troppo con Bob Dylan. Passiamo le giornate a cercare testi e accordi delle sue canzoni per poi non completare neanche un pezzo. La realtà è che siamo scarsi, ma tanto non ci sente nessuno.
Ho scoperto che Dylan era uno che a conoscerlo l'avrei odiato dal primo momento, ma così da lontano lo adoro e lo invidio. Una merda di snob che faceva finta di non prendere niente sul serio, furbo più del diavolo. Chi ha guardato No Direction Home di Scorsese o il film I'm not there sa di cosa parlo.
Insomma, i fine settimana qui li passiamo così, discutendo di quello che erano i nostri miti e di quello che avremmo potuto essere noi, fra un disco messo in download e tazze e tazze di cioccolata calda. Detto in questo modo sembra che la sfiga ci avvolga, e forse in parte è vero, ma stiamo bene e nessuno ci rompe.
Tra l'altro Bologna di domenica è un cimitero di piscio e bottiglie di birra, quindi ce ne stiamo fra queste stanze mentre nel giradischi passa Curtis Mayfield con Move On Up. Bella seria!
Ho scoperto che Dylan era uno che a conoscerlo l'avrei odiato dal primo momento, ma così da lontano lo adoro e lo invidio. Una merda di snob che faceva finta di non prendere niente sul serio, furbo più del diavolo. Chi ha guardato No Direction Home di Scorsese o il film I'm not there sa di cosa parlo.
Insomma, i fine settimana qui li passiamo così, discutendo di quello che erano i nostri miti e di quello che avremmo potuto essere noi, fra un disco messo in download e tazze e tazze di cioccolata calda. Detto in questo modo sembra che la sfiga ci avvolga, e forse in parte è vero, ma stiamo bene e nessuno ci rompe.
Tra l'altro Bologna di domenica è un cimitero di piscio e bottiglie di birra, quindi ce ne stiamo fra queste stanze mentre nel giradischi passa Curtis Mayfield con Move On Up. Bella seria!
giovedì 22 gennaio 2009
(You Gotta) Fight For Your Right (To Party)
Tutti parlano dell’insediamento di Obama.
Non c’è dubbio che sia stata una giornata storica, un punto di svolta della contemporaneità. Ma ciò che ora sembra tale, la svolta intendo, accadrà veramente? Dopotutto il primo presidente di colore degli Stati Uniti rimane semplicemente un uomo. E non potremo certo avere nel breve periodo tutto quello che si è azzardato a promettere. Tutto questo entusiasmo potrebbe, perciò, essere pericoloso e rischia di provocare un effetto contrario di dimensioni sconsiderate. Tra l’altro questa valanga precoce di giudizi positivi ha preso forma grazie ed esclusivamente a delle parole uscite in una campagna elettorale, nella quale l’Obama a cui tutti inneggiano si è dimostrato più che altro un genio del marketing politico.
La cerimonia più costosa della storia è giunta, così, a conferma che la costruzione di una grande immagine, per ora, è l’unica opera rilevante del neo eletto.
E' certo che un cambiamento c'è stato, ma più che "culturale" io lo chiamerei "di sistema". Per questo non credo neanche all'ipotesi che pone le nuove generazioni al centro della trasformazione; piuttosto guardo alla storia e vedo il ricorso di uno stravolgimento economico che ha causato la rottura di un ingranaggio ormai arruginito. Dovremmo lasciar quindi perdere una volta per tutte questa fissa della razza e del colore per pensare allo zio Joe come a una bandiera a stelle e strisce che sventola sul tetto del mondo e nient'altro.
Ecce homo! Ed ecce Beastie Boys!
Non c’è dubbio che sia stata una giornata storica, un punto di svolta della contemporaneità. Ma ciò che ora sembra tale, la svolta intendo, accadrà veramente? Dopotutto il primo presidente di colore degli Stati Uniti rimane semplicemente un uomo. E non potremo certo avere nel breve periodo tutto quello che si è azzardato a promettere. Tutto questo entusiasmo potrebbe, perciò, essere pericoloso e rischia di provocare un effetto contrario di dimensioni sconsiderate. Tra l’altro questa valanga precoce di giudizi positivi ha preso forma grazie ed esclusivamente a delle parole uscite in una campagna elettorale, nella quale l’Obama a cui tutti inneggiano si è dimostrato più che altro un genio del marketing politico.
La cerimonia più costosa della storia è giunta, così, a conferma che la costruzione di una grande immagine, per ora, è l’unica opera rilevante del neo eletto.
E' certo che un cambiamento c'è stato, ma più che "culturale" io lo chiamerei "di sistema". Per questo non credo neanche all'ipotesi che pone le nuove generazioni al centro della trasformazione; piuttosto guardo alla storia e vedo il ricorso di uno stravolgimento economico che ha causato la rottura di un ingranaggio ormai arruginito. Dovremmo lasciar quindi perdere una volta per tutte questa fissa della razza e del colore per pensare allo zio Joe come a una bandiera a stelle e strisce che sventola sul tetto del mondo e nient'altro.
Ecce homo! Ed ecce Beastie Boys!
domenica 18 gennaio 2009
Whole Wide World
Negli ultimi tempi mi ritornano vecchi ricordi legati ai tempi delle medie. Credo che tutto sia cominciato da quando uno dei miei compagni mi ha intercettato su Facebook e ha cominciato ad assillarmi con l’idea assurda di una reunion di classe. Ho così iniziato a rovistare fra le vecchie cartelle della mia mente, cercando di fare un defrag di quei pezzi sparsi fra persone dimenticate e situazioni cestinate.
Proprio in quegli anni nasceva in me la coscienza critica della ragion d’essere: il concetto di sfiga, la separazione tra l’in e l’out, la differenza tra i vincenti e i losers.
Io appartenevo ai losers, non c’è dubbio. Ero il classico bravo ragazzo invisibile, coi primi crateri sulla fronte, un apparecchio ai denti e un paio di mocassini color cacca. Un border line.
Poi c’erano le feste, quelle maledette feste. Me ne stavo lì, a guardare gli altri limonare, con una big bubble fra i denti e un bicchiere di aranciata in mano.
Ero innamorato di una tipa con le tette sviluppate. Era una bella figa, per quanto potesse esserlo una che all’epoca aveva 12 anni. E mi piaceva perché mi considerava più degli altri. Durante uno di quei party da purgatorio, mi chiese di ballare un lento. Mi venne un nodo alla gola e non spiaccicai parola fino a quando mi chiese di uscire fuori con lei. Pensai che era fatta, che sarebbe successo quella sera e che mi avrebbe baciato con la lingua. Ci sedemmo e guardandomi negli occhi mi disse: “Mi piace Marco, secondo te sbaglio se mi metto con lui?”. Era la conferma: ufficialmente sfigato. E non era questione di pazienza, come continuavo a ripetermi. Ero io.
Questo mio vecchio compagno ora mi vuole costringere a ricordare insieme a tutti gli altri. No, grazie. Preferisco starmene in camera fra le vecchie foto e quei diari pieni di firme e frasi stupide. E mentre ascolto Whole Wide World di Wreckless Eric sigillo tutto per bene.
Proprio in quegli anni nasceva in me la coscienza critica della ragion d’essere: il concetto di sfiga, la separazione tra l’in e l’out, la differenza tra i vincenti e i losers.
Io appartenevo ai losers, non c’è dubbio. Ero il classico bravo ragazzo invisibile, coi primi crateri sulla fronte, un apparecchio ai denti e un paio di mocassini color cacca. Un border line.
Poi c’erano le feste, quelle maledette feste. Me ne stavo lì, a guardare gli altri limonare, con una big bubble fra i denti e un bicchiere di aranciata in mano.
Ero innamorato di una tipa con le tette sviluppate. Era una bella figa, per quanto potesse esserlo una che all’epoca aveva 12 anni. E mi piaceva perché mi considerava più degli altri. Durante uno di quei party da purgatorio, mi chiese di ballare un lento. Mi venne un nodo alla gola e non spiaccicai parola fino a quando mi chiese di uscire fuori con lei. Pensai che era fatta, che sarebbe successo quella sera e che mi avrebbe baciato con la lingua. Ci sedemmo e guardandomi negli occhi mi disse: “Mi piace Marco, secondo te sbaglio se mi metto con lui?”. Era la conferma: ufficialmente sfigato. E non era questione di pazienza, come continuavo a ripetermi. Ero io.
Questo mio vecchio compagno ora mi vuole costringere a ricordare insieme a tutti gli altri. No, grazie. Preferisco starmene in camera fra le vecchie foto e quei diari pieni di firme e frasi stupide. E mentre ascolto Whole Wide World di Wreckless Eric sigillo tutto per bene.
mercoledì 14 gennaio 2009
Magic Moments
Stamattina non ce l'ho proprio fatta ad alzare le lenzuola. In realtà l'avevo già deciso ieri sera poco prima di mettermi a letto che non ce l'avrei fatta e così è stato. Il proposito era quello che se fosse successo mi sarei comunque svegliato presto per prendermi un po' di tempo libero. Quello che ho fatto invece lo lascio immaginare.
Un tempo avevo la cara vecchia abitudine di regolare progressivamente la sveglia un quarto d'ora prima, col risultato di ottenere progressivamente un quarto d'ora in più. Mi spiego meglio. Per me non è importante quanto presto apro gli occhi, ma quanto tempo posso rubare dal momento in cui li schiudo per la prima volta. Quindi prima una sveglia suona, più tempo ho per rotolare le chiappe sotto il caldo del piumone. Ma dopo Natale tutto è cambiato. I miei, probabilmente conoscendo i miei ritmi malsani, hanno pensato di regalrmi una sorta di cellulare “professionale”, mettendo fine ai miei giochi rotolanti. Su quest'aggeggio diabolico c'è addirittura la possibilità di regolare la sveglia sui soli giorni lavorativi, giusto per capire quant'è job oriented.
Ma a differenza della mia vecchia cabina le cui campane potevano essere rimandate all'infinito con intervalli di un quarto d'ora, col cellulare-che-si-prende-cura-del-tuo-datore-di-lavoro il tintinnio si ripete ogni cinque minuti e può essere “posposto” solo per mezz'ora, dopo di che l'unica opzione è “termina”, tradotto: “mo so' cazzi!”.
Ora mi godo il momento col mio bel 45 giri di Magic Moments del mitico Perry Como. Perchè stamattina solo una piccola battaglia è stata vinta, ma la guerra fino alla pensione è ancora lunga.
Un tempo avevo la cara vecchia abitudine di regolare progressivamente la sveglia un quarto d'ora prima, col risultato di ottenere progressivamente un quarto d'ora in più. Mi spiego meglio. Per me non è importante quanto presto apro gli occhi, ma quanto tempo posso rubare dal momento in cui li schiudo per la prima volta. Quindi prima una sveglia suona, più tempo ho per rotolare le chiappe sotto il caldo del piumone. Ma dopo Natale tutto è cambiato. I miei, probabilmente conoscendo i miei ritmi malsani, hanno pensato di regalrmi una sorta di cellulare “professionale”, mettendo fine ai miei giochi rotolanti. Su quest'aggeggio diabolico c'è addirittura la possibilità di regolare la sveglia sui soli giorni lavorativi, giusto per capire quant'è job oriented.
Ma a differenza della mia vecchia cabina le cui campane potevano essere rimandate all'infinito con intervalli di un quarto d'ora, col cellulare-che-si-prende-cura-del-tuo-datore-di-lavoro il tintinnio si ripete ogni cinque minuti e può essere “posposto” solo per mezz'ora, dopo di che l'unica opzione è “termina”, tradotto: “mo so' cazzi!”.
Ora mi godo il momento col mio bel 45 giri di Magic Moments del mitico Perry Como. Perchè stamattina solo una piccola battaglia è stata vinta, ma la guerra fino alla pensione è ancora lunga.
domenica 11 gennaio 2009
Like A Rolling Stone
C'è un gran parlare di Fabrizio De Andrè al decennale della sua morte. Tutti lo descrivono come una sorta di eroe nazionale, un personaggio chiave del XX secolo italiano da ascrivere al registro dei grandi in senso assoluto.
Premetto che non conosco bene l'opera di De Andrè, non ho mai avuto un suo disco e l'ho sempre ascoltato di passaggio. E perciò non mi sono mai permesso di dare giudizi di merito sulla sua carriera musicale, anche se non mi esalta per niente. Ma a parte questo, c'è una cosa che proprio non sopporto di tutto questo vociare e sta nell'ipocrisia devastante con cui se ne parla.
Questa sera Fabio Fazio dedicherà una maratona televisiva al nostro cantautore, tessendone le lodi, citando i suoi testi “rivoluzionari”, parlando del poeta che fu e di quello che avrebbe potuto fare oggi se fosse ancora in vita. “Tutti si sentono vicini al messaggio di Fabrizio”, dirà Fazio, rivolgendo a Dori Ghezzi domande ossequiose in memoria del marito scomparso. Ma cos'ha, ad esempio, uno come Fazio di rivoluzionario? Cosa di non-borghese? E De Andrè non era quello che accusava i piccoli borghesi di mettersi a fabbricare bombe? Quindi di che cosa stiamo parlando? Di un eroe contemporaneo o di un morto che continua a portare soldi e “audience” a quelli che sono restati? Io dico che state parlando di un prodotto che vende, punto.
Per non parlare di quei sinistroidi odiosi che non perdono l'occasione per strumentalizzare uno che non ha mai voluto schierarsi né da una parte né dall'altra.
Quindi, tutti a fare serate commemorative: locali, band allestite per l'occasione, piazze. Tutti pronti a speculare e riempirsi la bocca di versi e frasi già fatte, quasi come se fossero loro a dirle per la prima volta. Tutti a dire che il messaggio di Fabrizio è attuale ora più che mai. Ma quale messaggio?
Negli anni '60 a Bob Dylan fu attribuito il ruolo di punto di riferimento del movimento giovanile americano, malgrado lui continuasse ad affermare che non gliene poteva fregar di meno. Successe poi che si scocciò di essere strumentalizzato e si mise a fare canzoni come Like A Rolling Stone, raccogliendo fischi e insulti ad ogni concerto.
Dylan probabilmente capì che qualcuno stava cercando di usare la sua musica per rinchiuderla entro confini stabiliti e oggettivi, togliendo spazio all'interpretazione soggettiva e personale di ognuno, funzione cardine della materia musicale e dell'arte in genere.
Dico solo che la stessa cosa sta accadendo con De Andrè oggi e non credo che lui ne sarebbe felice.
Questa è Like A Rolling Stone al primo concerto elettrico di Dylan con sottofondo di fischi finali:
Questo è Il Bombarolo di De Andrè:
Premetto che non conosco bene l'opera di De Andrè, non ho mai avuto un suo disco e l'ho sempre ascoltato di passaggio. E perciò non mi sono mai permesso di dare giudizi di merito sulla sua carriera musicale, anche se non mi esalta per niente. Ma a parte questo, c'è una cosa che proprio non sopporto di tutto questo vociare e sta nell'ipocrisia devastante con cui se ne parla.
Questa sera Fabio Fazio dedicherà una maratona televisiva al nostro cantautore, tessendone le lodi, citando i suoi testi “rivoluzionari”, parlando del poeta che fu e di quello che avrebbe potuto fare oggi se fosse ancora in vita. “Tutti si sentono vicini al messaggio di Fabrizio”, dirà Fazio, rivolgendo a Dori Ghezzi domande ossequiose in memoria del marito scomparso. Ma cos'ha, ad esempio, uno come Fazio di rivoluzionario? Cosa di non-borghese? E De Andrè non era quello che accusava i piccoli borghesi di mettersi a fabbricare bombe? Quindi di che cosa stiamo parlando? Di un eroe contemporaneo o di un morto che continua a portare soldi e “audience” a quelli che sono restati? Io dico che state parlando di un prodotto che vende, punto.
Per non parlare di quei sinistroidi odiosi che non perdono l'occasione per strumentalizzare uno che non ha mai voluto schierarsi né da una parte né dall'altra.
Quindi, tutti a fare serate commemorative: locali, band allestite per l'occasione, piazze. Tutti pronti a speculare e riempirsi la bocca di versi e frasi già fatte, quasi come se fossero loro a dirle per la prima volta. Tutti a dire che il messaggio di Fabrizio è attuale ora più che mai. Ma quale messaggio?
Negli anni '60 a Bob Dylan fu attribuito il ruolo di punto di riferimento del movimento giovanile americano, malgrado lui continuasse ad affermare che non gliene poteva fregar di meno. Successe poi che si scocciò di essere strumentalizzato e si mise a fare canzoni come Like A Rolling Stone, raccogliendo fischi e insulti ad ogni concerto.
Dylan probabilmente capì che qualcuno stava cercando di usare la sua musica per rinchiuderla entro confini stabiliti e oggettivi, togliendo spazio all'interpretazione soggettiva e personale di ognuno, funzione cardine della materia musicale e dell'arte in genere.
Dico solo che la stessa cosa sta accadendo con De Andrè oggi e non credo che lui ne sarebbe felice.
Questa è Like A Rolling Stone al primo concerto elettrico di Dylan con sottofondo di fischi finali:
Questo è Il Bombarolo di De Andrè:
sabato 10 gennaio 2009
Pork & Beans
Fare la spesa è il mio incubo ad occhi aperti ricorrente. Avessi almeno il supermercato sotto casa sarebbe diverso, ma tutte le volte devo spararmi quei 500 metri per fare un giro in quel palazzo di cartongesso per i poveri che chiamano hard discount. Poi oggi è sabato e le file alla hard cassa iniziano dal bancone degli hard formaggi. Arriverà il momento di pagare e come sempre non avrò il tempo di mettere tutte le cose nella hard busta. Farò un gran casino spargendo i centesimi per terra e accartocciando il resto frettolosamente perché dietro ci sarà quel tipo grosso che puzza di bettola e batte il piede nervosamente con un bottiglione di vino in mano e due birre da 45 cent.
Mi hanno detto che ora la spesa si può fare anche su internet: scegli tra le figure quello che ti piace di più e con soli 8 euro e 70 te la portano a casa. Otto euro e settanta!! Praticamente i soldi che spendo per campare quasi una settimana. Quindi non c’è scampo, vado all’hard discount. Cercherò di distrarmi con Pork & Beans dei Weezer. Hard life!
Mi hanno detto che ora la spesa si può fare anche su internet: scegli tra le figure quello che ti piace di più e con soli 8 euro e 70 te la portano a casa. Otto euro e settanta!! Praticamente i soldi che spendo per campare quasi una settimana. Quindi non c’è scampo, vado all’hard discount. Cercherò di distrarmi con Pork & Beans dei Weezer. Hard life!
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